“una vita spesa a commettere errori
non solo è molto onorevole, ma è molto più
utile di una vita consumata a non far niente” (G.B.
Shaw)
La Medicina Estetica nasce in Francia con la Società
Francese di M.E. a Parigi nel 1973 per merito del Dottor
J.J. Legrand.
Carlo Alberto Bartoletti è stato il primo a portare
la M.E. in Italia dove nel 1975 fonda la Società
Italiana di Medicina Estetica.
Renato Lauro è stato il primo a farla entrare nel
mondo accademico istituendo, nel 1997, il primo corso di
Perfezionamento universitario in M.E. al mondo.
Sempre in Italia, nel 1997, nasce l’ A.I.M.E. Associazione
Italiana di Medicina Estetica, Presidente Prof. Renato Lauro;
oggi, in Europa e nel Mondo, sono molto numerose le Società
Scientifiche di Medicina Estetica.
Infine, in questa Università, ha inizio, con il nuovo anno
accademico il Master biennale in Medicina Estetica.
La Medicina Estetica nasce dall’intuizione che l’uomo
è sano quando è in armonia con le diverse
fasi della vita, con il proprio aspetto fisico e mentale.
Tale semplice concetto è appartenuto, fino a poco
tempo fa, più alla filosofia che alla medicina.
La Medicina Estetica è una branca medica che, interpretandolo,
ha come scopo l’ottimizzazione dell’equilibrio
psicofisico individuale; tale equilibrio è il frutto
di una perfetta integrazione di più fenomeni e componenti.
Spetta alla Medicina Estetica il compito di capire il ruolo
dei diversi sistemi che stanno a capo dell’equilibrio
dinamico psicofisico e di correggerne gli eventuali squilibri
in modo tale che da una situazione di benessere non si passi
ad una situazione di patologia.
James Lynch diceva che:“L’ingiunzione di amare
il tuo prossimo come te stesso non ha solamente valore morale.
E’ un imperativo psicologico. Avere a cuore gli altri
è un fatto biologico. Abbi a cuore gli altri e non
sarai più solo. E quanto più sarai legato
alla vita, tanto più sana sarà la tua esistenza”.
Genericamente, oggi, con l’espressione ”Qualità
della Vita” viene indicato il livello di benessere,
anche psicologico, dei cittadini che la società deve
tendere a realizzare con le condizioni economiche e di lavoro,
ambientali, di relazioni sociali, con la prevenzione delle
malattie fisiche e mentali.
Il concetto di Qualità della Vita trae la sua origine
e diventa centrale soprattutto in società che non
sono afflitte da problemi di sopravvivenza come fame, siccità,
guerre, malattie infettive e malattie infantili particolarmente
diffuse.
Ovviamente, laddove la vita stessa è in pericolo, il problema
della sua qualità non si pone neppure.
E’ dunque solamente nelle società industriali,
e soprattutto in quelle avanzate che si discute sul livello
di qualità della vita.
Occorre distinguere debitamente tra Qualità della
vita, livello di vita e stile di vita .
Per livello di vita deve intendersi il dato empiricamente
rilevabile delle risorse reali utilizzabili, dunque in una
prospettiva che appare essenzialmente quantitativa più
che qualitativa.
Lo stile di vita si riferisce alle modalità con
cui si fa ricorso ad una serie di beni per servirsene come
supporto più o meno essenziale nel corso della propria
esistenza.
Infine la Qualità della vita indica la percezione
che i soggetti hanno della loro possibilità di usare
al meglio le disponibilità economiche e culturali
presenti nel loro universo di riferimento e di vita quotidiana.
Qualche decennio fa si poneva attenzione soprattutto alle
variabili quantificabili come lo status socio-professionale,
l’età, la residenza, il reddito, mentre oggi
si tiene maggiormente conto di elementi più qualitativi
come il grado di soddisfazione, il superamento della privazione
relativa e, quindi, l’accesso alle migliori chances,
atteggiamenti e comportamenti.
Spetta comunque a noi scegliere che fare della nostra vita.
Possiamo accettare ciò che capita con una sorta
di mesta rassegnazione, oppure inveire contro l’esistenza
con veemente passione umana.
Possiamo vivere la vita come esaltazione o sottomissione,
come fonte di gioia o di sconforto, di estasi o di inanità.
Ma la scelta è comunque nostra, questo è il punto
!
Felicità e benessere sono, del resto, due categorie
non facilmente assoggettabili a misurazioni di sorta; esse
costituiscono il punto di riferimento essenziale per la
qualità della vita o meglio ne costituiscono l’obiettivo
principale.
Ovviamente, anche la soddisfazione, proprio come la privazione,
può essere relativa e quindi riduce la Qualità
della vita qualora lo scopo prefissato non venga raggiunto
in pieno.
Gli sforzi tesi a migliorare la Qualità della vita
hanno come obiettivo l’aumento della cosiddetta “
speranza di vita “ che nelle società industriali
e post-industriali è già abbastanza consistente.
La “ Speranza di vita “, d’altro canto,
è strettamente collegata alle condizioni socio-ambientali
che la favoriscono ed è per questo che agli studi
relativi alle relazioni industriali si sono affiancati,
tra molti altri, anche quelli relativi ai modelli di percezione
dei diversi livelli di soddisfazione nella vita ( life satisfaction
) .
Dunque si potrebbe dire che la Qualità della vita
è per un verso dipendente dalla quota di reddito
che viene investita per beni non indispensabili e per un
altro dalla parte di tempo a disposizione per attività
non lavorative.
Reddito e tempo sono quindi due fonti di Qualità
della vita ed il loro esaurirsi per sopperire a necessità
impellenti, impedisce di fatto la consapevolezza e la praticabilità
della Qualità della vita stessa.
Il vivere moderno ci impone frequenti esigenze ed il tributo
che si paga in termini di danni da usura è molto
elevato.
Per vivere bene, oggi, bisogna sentirsi “in forma”
a qualsiasi età e la medicina è sempre più
sollecitata da gente che chiede di migliorare il proprio
aspetto fisico per sicurezza personale e per necessità
professionali.
La funzione della Medicina Estetica è dunque legata
ad una precisa richiesta della collettività e svolge
un importante ruolo nella medicina sociale.
A prima vista, seguendo il concetto tradizionale di Medicina
Sociale come branca che tratta i problemi dei cosiddetti
flagelli sociali, ben pochi sarebbero i punti di contatto
tra medicina sociale e medicina estetica.
Ma è bene tener presente come, essendo oggi la medicina
sociale soprattutto medicina della prevenzione rivolta alla
persona ed avendo come obiettivo non solo il controllo e
l’eliminazione delle malattia evitabili e la riduzione
di quelle affrontabili, ma anche il miglioramento della
qualità della vita, emergono diversi aspetti comuni
:
a) Epidemiologia della salute intesa come ricerca scientificamente
obiettiva del valore preventivo e curativo di predisposizioni genetiche
ed ambientali, la misurazione degli indici di stress e di soddisfazione.
b) La valutazione, egualmente scientifica, dell’efficacia
dell’attività fisica, dell’alimentazione razionale
per il rallentamento di alcuni processi fisiologici di invecchiamento
e di sovraccarico sul rachide, cioè dell’osteoporosi
e dell’artrosi, essendo già comprovati quelli sull’apparato
cardiovascolare e respiratorio.
c) L’approccio psicologico dell’auto-valutazione dell’età
biologica, nuovo aspetto della medicina comportamentale; non esistono
soltanto gli indici dell’auto-stima, ma oggi si misura la
percezione di quale potenziale umano, lavorativo, sessuale, ideativo
ci si sente di possedere anche in età cosiddetta avanzata,
come espressione di una motivazione che di per sé è
positiva.
d) La globalità della programmazione degli interventi,
che non possono ridursi all’effettuazione di tecniche
più o meno sofisticate, ma che non possono prescindere
da valutazioni della fisio-patologia e delle componenti
psico-somatiche. La conoscenza dei principi scientifici
della psicologia deve accompagnarsi ad una disciplina deontologica
quanto mai severa onde superare del tutto le caratteristiche
da “ settimanale rosa “ del coinvolgimento del
Medico con problematiche di natura estetica. Problematiche
che sono fondamentali per il mantenimento dell’auto-stima
e per l’adozione di stili di vita positivi.
Oggi, in particolare, l’attenzione dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità è rivolta allo sviluppo,
nei Paesi Occidentali, di stili di vita positivi che non
risultino da imposizioni del tipo non fumare, bevi poco
e muoviti molto, ma che rappresentino la confluenza fra
atteggiamenti diversi nei confronti della propria ed altrui
salute.
La Medicina Estetica non è una nuova medicina, ma fa parte
integrante della medicina tradizionale di cui applica, con estremo
rigore scientifico, le norme per la diagnosi e per la terapia sempre,
però, accanto ad un costante rispetto per l’estetica
intesa nel significato di
“ SALUTE = BELLEZZA “.
La Medicina Estetica vuole essere innanzi tutto una medicina
preventiva che educhi l’individuo a conoscersi, ad
accettarsi, a gestirsi, secondo regole di igiene di vita,
di igiene alimentare, fisica, psicologica, cosmetologica.
La Medicina Estetica vuole un individuo sano che si senta
bene nella propria pelle.
Che la medicina debba servire anche ai sani è un
concetto che non dovrebbe incontrare forti resistenze; sappiamo
tutti come la prevenzione sia l’unico mezzo per allontanare
le malattie e, in definitiva, le complicanze della vecchiaia.
La Medicina Estetica, però, riguarda solo uno degli
aspetti di una branca della medicina ancora più ampia,
ancora più affascinante: la Medicina Anti-aging,
la Medicina del terzo millennio!
Già nel secondo secolo d.C. il poeta latino Terenzio
scriveva “ SENECTUS IPSA EST MORBUS “ considerando
l’invecchiamento oggetto di cure, in quanto esso stesso
rappresentava una malattia.
Si può affermare, quindi, che sin dai tempi più
remoti, l’uomo ha avvertito la paura di invecchiare
sia per i cambiamenti esterni sia per tutta una serie di
disturbi e di malattie legati all’età: la leggenda
del Dottor Faust ne è uno degli esempi.
Non vi è dubbio che la società moderna, basata
sulla competitività come risultato di dinamismo ed
efficientismo dei singoli individui, dia un notevole valore
al mantenimento dell’integrità fisica e mentale.
E’ cosa nota che, oggigiorno, molti individui, uomini
e donne, hanno una notevole consapevolezza di tali esigenze
e, pertanto, ricorrono a tutta una serie di mezzi per migliorare
l’aspetto fisico, per rendersi più scattanti,
per dimostrare vivacità di pensiero e, in conclusione,
per apparire più giovani.
Purtroppo, spesso l’attenzione viene rivolta esclusivamente
all’elemento estetico oppure ci si sottopone a cure
ed esercizi generici, privi di una base razionale e individuale
scaturita da indagini appropriate.
E’ singolare che ci si preoccupi dell’aspetto
estetico, il che è un fatto certamente positivo,
dimenticando, però, ciò che abbiamo “dentro”,
l’intero organismo che contiene tutti gli “ingranaggi”
ed i “microchips” responsabili della funzione
della pelle, della postura, del cervello, della nostra immagine,
ma soprattutto della nostra vita.
La problematica dell’invecchiamento assume fondamentale
importanza soprattutto in una nazione come l’Italia
che detiene il record assoluto della longevità; ciò
nonostante poco è stato fatto per migliorare la qualità
della vita dei beneficiari di questa anelata evoluzione.
Effettivamente il progresso della medicina ed il benessere
economico, in assenza di guerre e cataclismi su larga scala,
hanno fatto si che negli ultimi decenni l’aspettativa
di vita sia aumentata di oltre quindici anni, dai 65,2 anni
del 1939 agli 81 del 1998, ma deve far riflettere che nel
1797 la speranza di vita era di 25 anni e nel 1897 di 48
anni..
L’obiettivo longevità, dunque, è stato
avvicinato con ottimi risultati, ma accanto al “quanto”
è importante non dimenticare “come” si
vive; un adagio di Shakespeare recitava: “….è
più importante aggiungere vita agli anni che anni
alla vita”.
Orbene, senza nulla togliere alla precocità del
pensiero Shakespeariano, possiamo dire che la società
moderna sta focalizzando la propria attenzione sia sul quanto
sia sul come si vive.
Probabilmente l’entusiasmo legato all’aumentata
aspettativa di vita è destinato a raffreddarsi se
si pensa che gli anni di vita guadagnati sono spesso associati
a situazioni più o meno invalidanti quali dolori
articolari, depressione, perdita di efficienza, disturbi
dell’umore, della vista, dell’udito, calo della
memoria, disturbi circolatori, respiratori, calo della libido,
aumentata facilità a contrarre malattie stagionali,
fino ad arrivare a malattie vere e proprie come le demenze,
l’ipertrofia prostatica, cardiopatie, tumori, ecc.
La moderna medicina anti-invecchiamento si prefigge di
diminuire e, in alcuni casi addirittura di abolire, i rischi
di molti di questi problemi attraverso lo studio dell’età
biologica che potremmo definire l’indice dello stato
di “usura” delle cellule del nostro organismo
cui fa seguito l’applicazione di strategie integrate
di prevenzione e cura, di tipo dietetico, farmacologico
e comportamentale, atte ad allontanare i disturbi dell’invecchiamento.
La generazione del dopo guerra, quella del “baby-boom”,
si è dimostrata particolarmente sensibile, anche
se in maniera approssimativa, al problema dell’invecchiamento
introducendo il concetto di “salutismo” e, con
esso, tutta una serie di strategie, come la ginnastica aerobica,
il jogging, le campagne anti-tabacco e anti-colesterolo,
la guerra al soprappeso, che, indubbiamente, hanno prodotto
alcuni effetti benefici peccando spesso, però, di
un certo pressappochismo, specie se frutto del “fai
da te”.
Il passo successivo è stato quello di studiare il
fenomeno in maniera scientifica come processo individuale
da combattere non più con mezzi generici, ma con
terapie mirate e rigorosamente personalizzate.
Negli Stati Uniti è stata pertanto creato nel 1993
un settore del famoso National Institute of Health di Bethesda,
il NIA (National Institute on Aging) deputato esclusivamente
allo studio del fenomeno invecchiamento parallelamente ad
altre prestigiose strutture quali l’American Academy
of Anti-Aging Medicine, la Division on Aging della Harvard
American School, la International Federation on Aging, il
National Council on Aging, e molte altre.
E’ importante precisare che la medicina anti-invecchiamento
non è sovrapponibile alla geriatria o alla gerontologia,
discipline che si occupano delle malattie degli anziani
e delle problematiche ad essa associate associate.
La medicina anti-invecchiamento è rivolta a soggetti
dai 18, 20 anni in poi, periodo questo in cui cominciano
le prime modificazioni delle cellule del nostro cervello
responsabili della perdita di preziosi equilibri immunologici,
metabolici, neuronali che, nel corso degli anni, si rendono
sempre più evidenti.
L’invecchiamento di una popolazione è un fenomeno
sociale che mette in proporzione il numero dei vecchi con
la popolazione totale e non ha nulla a che vedere con l’allungamento
della vita che rappresenta, invece, un fenomeno biologico.
Nell’uomo viene descritto l’invecchiamento,
da un punto di vista fisiologico, con il termine di senescenza,
periodo involutivo caratterizzato da modificazioni strutturali
e da decadimento psicologico e funzionale.
In realtà la senescenza descrive solamente una
delle fasi della nostra vita in cui compaiono, più
o meno marcatamente, segni e sintomi frutto di un processo
molto più ampio e complesso che ha origine subito
dopo l’adolescenza, l’invecchiamento.
Negli ultimi anni la scienza ha cominciato ad occuparsi
sempre più insistentemente dei processi biologici
che regolano il ciclo vitale cellulare.
Ma esiste una sorta di orologio biologico, di una struttura
cioè che regola la vita della cellula?
La durata media della vita di ogni specie dipende da numerosissimi
fattori, ma esiste comunque una capacità massima
di vita detta life span, diversa da specie a specie e che
dipende dai singoli comparti cellulari che compongono quell’essere
vivente.
Il capitale scientifico accumulato nel corso dell’ultimo
secolo ed in particolare in questi ultimi decenni, contribuendo
a migliorare in misura considerevole la salute degli individui,
ci impone, però, di proiettare i nostri studi e le
nostre risorse da un lato verso l’allungamento della
vita dell’essere umano, ma, dall’altro, verso
il miglioramento della qualità della vita stessa
anche durante la sua parabola discendente e nella fase finale
del suo ciclo biologico.
In generale l’invecchiamento è un processo
biologico di ogni essere vivente e, nell’uomo, dobbiamo
distinguere un invecchiamento cosiddetto fisiologico da
un invecchiamento patologico rappresentato o dall’insorgenza
troppo rapida dei segni e dei sintomi dell’invecchiamento
fisiologico oppure da una esasperata manifestazione di tali
segni e sintomi in età avanzata.
La vita attiva dell’uomo, cioè sia quella
vegetativa che quella di relazione, è regolata fondamentalmente
da equilibri tra diversi sistemi in costante combinazione
tra loro: il Sistema Nervoso Centrale, il Sistema Endocrino
ed il Sistema Immunitario.
Nel nostro organismo nessun sistema opera in modo isolato
e nessun apparato lavora indipendentemente dall’altro.
L’organismo è, quindi, un sistema aperto nel
quale ogni singolo distretto comunica e collabora con gli
altri per garantire quell’equilibrio dinamico, metabolico
e psico-fisico, che ci permette di essere vivi, efficienti
ed in buona salute.
Definiamo, pertanto, l’invecchiamento dell’uomo
quel processo che vede i Tre Grandi Sistemi che regolano
la nostra esistenza non dialogare più tra loro, così
efficacemente come prima.
Invecchiamento, senescenza e longevità sono fenomeni
correlati relativi a processi ritenuti per lungo tempo impossibili
da analizzare da un punto di vista strettamente scientifico.
Oggi non è più così in quanto si è
visto che tali processi sono sottoposti a controllo genetico.
Da circa venti anni sono stati isolati geni responsabili
della “longevità” soprattutto in diverse
specie di invertebrati e nella specie umana sono stati isolati
geni responsabili di numerose malattie ereditarie, tra cui
il Morbo di Alzheimer, ritenute fino ad allora collegate
al processo di invecchiamento.
La correlazione tra età raggiunta alla morte in
gemelli monozigoti ha suggerito l’esistenza di un
20-40% di ereditarietà per la lunghezza della vita
nell’uomo.
Possiamo affermare che, nella specie umana, il processo
di invecchiamento è legato, quindi, per circa un
terzo a fattori genetici e per due terzi a fattori esterni.
La genetica costituisce uno strumento importante applicato
all’analisi dei processi di invecchiamento di diverse
specie viventi ed i progressi che si stanno compiendo verso
questa direzione, si spera possano portare al raggiungimento,
in un futuro non troppo lontano, del comprendere perché
l’uomo invecchia.
Per il momento la nostra attenzione è rivolta verso
i cosiddetti fattori esterni responsabili del processo e
che, come già detto, costituiscono, per ben due terzi,
la causa del fenomeno.
Numerose e, a volte bizzarre, sono le teorie sulla causa
dell’invecchiamento, ma, a tutt’oggi, quella
più accreditata è quella dello stress ossidativo
da Radicali Liberi.
I Radicali Liberi sono delle sostanze che si possono sviluppare
all’interno del nostro organismo e che sono in grado
di danneggiare le cellule, ossidando le loro pareti, fino
alla distruzione del loro nucleo, e, quindi, uccidendole.
La morte di queste cellule rappresenta il punto di partenza
verso la degenerazione di organi e apparati e, quindi, verso
la perdita di quegli equilibri che regolano la nostra vita.
Il nostro organismo presenta delle sostanze in grado di
contrastare l’azione negativa dei Radicali Liberi,
ma non sempre questo è possibile, vuoi per il loro
numero troppo elevato, vuoi per il numero troppo scarso
di sostanze antiradicaliche (anti-ossidanti) presenti.
Risulta, quindi, semplice intuire come l’azione di
prevenzione dell’invecchiamento si rivolga da un lato
a cercare di ridurre il più possibile la quantità
di Radicali Liberi presenti nel nostro organismo e, dall’altro,
a cercare di aumentare la quantità e la qualità
di quelle sostanze in grado di neutralizzarli.
A prima vista potrebbe sembrare banale pensare di diagnosticare
l’invecchiamento: l’invecchiamento si vede attraverso
le rughe, i capelli bianchi, l’andatura stentata e
molti altri segni che ci indicano un’età, seppure
approssimativa.
Spesso l’aspetto di una persona ci può fornire
un’idea sulla sua salute e sulla sua età, ma
solo esami accurati e sofisticati possono stabilire il reale
stato di salute delle cellule dell’organismo nonché
indicazioni sulla loro vulnerabilità. Anche il verbo
“diagnosticare”, quindi, può sembrare
improprio in quanto non viene diagnosticata una malattia,
ma uno stato di salute, attraverso la determinazione dell’età
biologica.
La psico-neuro-endocrino-immunologia, ci parla delle interferenze
positive e negative che la nostra psiche, equilibrata o
disturbata da ansia, stress e depressione, può avere
sulle attività sia del sistema endocrino, interferendo
con i nostri metabolismi, sia del sistema immunitario, regolando
la nostra capacità di difesa contro infezioni e tumori.
La medicina anti-aging in prima battuta fornisce una carta
di identità biologica per ogni singolo individuo
e, in seconda battuta, procede con misure idonee a migliorare
tutte le funzioni dell’organismo, ottimizzandole.
In questo campo, la prevenzione, così come abitualmente
è intesa, ed i comuni “check-up”, non sono di
alcuna utilità in quanto impostati a diagnosticare in fase
precoce uno stato di malattia e non ad evitarne l’insorgenza.
L’età biologica dell’uomo, dunque, rappresenta
lo stato di “usura”, di funzionamento di quella
meravigliosa macchina che è il nostro organismo ed
è in grado di darci preziose indicazioni sulla velocità
con la quale il processo di invecchiamento sta procedendo.
Attraverso un esclusivo programma di indagini e di calcolo (Arpa
Anti Aging Program) è possibile valutare l’età
biologica dell’individuo identificando lo stato di usura degli
otto distretti maggiormente interessati dal processo di invecchiamento:
· Cerebrale
· Immunitario
· Ormonale
· Cellulare (stress ossidativo)
· Cardiovascolare
· Antropologico
· Muscolo-scheletrico
· Cutaneo
Quindi, l’invecchiamento della pelle è solo
una delle manifestazioni di un invecchiamento generale.
Lo stesso Cicerone, molti anni fa, ricordava come la pelle
fosse lo specchio dell’anima “nihil sine cute,
intus et in cute, intus ut in cute”.
Numerosi sono i segni clinici dell’invecchiamento
cutaneo che vanno dalla diminuzione delle quantità
di sebo ed acqua al progressivo aumento della sensibilità.
Accanto ad essi modificazioni di carattere chimico, metabolico,
strutturale e funzionale contribuiscono a determinare l’età
biologica della pelle, il suo stato di usura.
La Medicina Estetica è una medicina restitutiva
e correttiva che utilizza metodologie e tecniche mediche,
chirurgiche, fisioterapiche, termali, cosmetiche ed estetiche
rigorosamente documentate.
Medicina restituiva, dunque, che non va intesa nel senso
illusorio di “ringiovanimento”, poiché
ogni età ha il suo aspetto, ma di ripristino di funzioni
fisiologiche turbate dagli stress emotivi, dalla condotta
innaturale di vita, dagli inquinamenti ecologici e da malattie
vere e proprie.
L’attività correttiva svolta dalla Medicina
Estetica deve essere vista in senso positivo, infatti, migliorare
l’aspetto estetico di un individuo permette a questo
di piacersi di più, di migliorare l’accettazione
del proprio Io e di riequilibrarsi psicologicamente.
Fondamentale è, come dicevo prima, per la Medicina
Estetica non scindere mai il concetto di SALUTE = BELLEZZA,
e non il contrario, anche perché sarebbe molto difficile,
o meglio, impossibile definire regole estetiche universali.
In tribù indiane dell’Ovest degli Stati Uniti
il principale requisito di bellezza è la grassezza
delle cosce e delle braccia; “ coscia magra ”
o “ sedere di cane “ sono tra i peggiori insulti
che si possano rivolgere ad una donna di quelle tribù.
Nella cultura attualmente dominante in Europa e nel Nord
America la grassezza è rifiutata.
Per contro, in numerose società, il sovrappeso e
l’abbondanza di certe forme sono requisiti essenziali
di bellezza.
Esiste forse un individuo così insensibile da ignorare
totalmente la bellezza che tutti ci circonda?
La bellezza abbonda e ci colpisce anche nelle cose più
prosaiche.
Basta guardare per trovarla.
La bellezza vivifica il luogo comune.
Ci rende più consapevoli, eleva il nostro spirito,
nutre le nostre anime, arricchisce il cuore.
La bellezza sperimentata, apprezzata, condivisa è
sempre un’espressione d’amore.
Shakespeare scriveva che “il bello e il brutto non
esistono, è il pensiero a renderli tali”.
Delle 325 culture codificate nell’Human Relation
Area Files, 58 hanno dati adeguati per la stima delle caratteristiche
della bellezza femminile.
Una moderata o media grassezza è preferita dall’81%
delle società considerate dall’Human Relation
Area Files ed un marcato Habitus ginoide è abitualmente
molto ben accettato e preferito dal 90% delle società
suddette.
Non è escluso che questi ideali di bellezza, che
si traducono in scelte sessuali, abbiano un remoto riferimento
alla fecondità.
In molte culture preistoriche la fertilità veniva
rappresentata simbolicamente con figure di donne con accentuazione
della circonferenza della metà inferiore del corpo;
anche tra i Latini il bacino largo era sinonimo di fecondità.
Anche in Italia, ed in particolare al Sud, come in altre
culture mediterranee, “ omo dè panza “
significa uomo di potere e donna dai fianchi larghi significa
donna feconda e simili osservazioni è possibile trovarle
anche tra le divinità come il Buddha corpulento e
la Venus callipigia.
Notevole importanza hanno differenze interindividuali e differenze
individuali considerevoli di sensibilità allo stile di vita
ed all’ambiente, le quali da sole possono darci alcune risposte
sul perché, in ambito europeo, esistano figure strutturalmente
opposte come la silhouette anglosassone e la silhouette mediterranea.
A questo punto sarebbe spontaneo chiedersi quale, tra le
diverse silhouette possa essere la più gradita o,
meglio, se quella mediterranea manterrà nel tempo
certi ideali di bellezza.
Come già accennato in precedenza, la pretesa di
definire regole estetiche universali cozza contro molte
difficoltà; per quanto riguarda il corpo umano possiamo
ritenere che le proporzioni descritte dall’arte greca
classica suggeriscano degli standard ideali di bellezza
ed armonia, oltre ad essere probabilmente collegate alla
salute in tutti i suoi aspetti, e le regole estetiche degli
artisti greci influenzano, più o meno, i giudizi
di valore estetico sul nostro corpo e su quello degli altri,
almeno nel mondo occidentale.
Tuttavia, molte influenze culturali assai antiche contrastano
con questo sistema di valori estetici e il valore attrattivo
della fidanzata formosa in certe popolazioni o il culto
dell’obesità tra i più grandi artisti
o la pericolosa magrezza crudelmente imposta alle modelle
della nostra epoca, sono tutti esempi, tra molti altri,
che mostrano l’impossibilità di contare su
regole assolute nel giudicare il valore estetico di un corpo
umano.
E’ più che mai compito della M.E., a tale
proposito, cercare di riarmonizzare l’estetica di
un corpo, indipendentemente dalla sua struttura originaria
androide o ginoide, modificando le abitudini e gli stili
di vita responsabili dell’accentuazione di eventuali
inestetismi e correggendo questi ultimi nel rispetto di
metodologie scientificamente rigorose.
Questo, attraverso tre momenti fondamentali per il Medico
:
a) La Visita di Medicina Estetica, anamnestica – psicologica
– antropometrica – flebolinfologica – cutanea
e posturale.
b) La Diagnosi e le aspettative del paziente.
c) L’Indirizzo Terapeutico impostato da un lato sì
a correggere l’eventuale inestetismo, ma soprattutto,
dall’altro, a ripristinare un equilibrio psico-fisico
e funzionale, spesso perduto.
Certo, ciascuno di noi reca nella propria vita sentimentale,
sociale e professionale un temperamento ed uno stile diverso
da ogni altro.
Quale monotonia se tutti ci esprimessimo in modo uguale
e prevedibile. La diversità è il pigmento
del comportamento umano.
Fino a che noi restiamo aperti alle differenze, non cessiamo
di arricchire la nostra personalità e la nostra cultura,
e tanto più numerosi saranno i mezzi d’espressione
che noi potremo comprendere ed accettare, tanto più
piena e viva sarà la nostra capacità di proporci
agli altri.
Ritengo, infatti, che la crescita culturale, sociale, scientifica
della M.E. sia direttamente proporzionale al contributo,
piccolo o grande, che ognuno di noi può dare attraverso
le sue conoscenze, le sue esperienze, la sua creatività.
Potremmo dire che tutti sappiamo perfettamente ciò
che è meglio per ognuno di noi e per gli altri.
Non abbiamo che da porgere l’orecchio per scoprire
che gran parte delle comunicazioni a noi rivolte hanno forma
e sostanza di consigli.
Siamo ammaestrati, redarguiti, ammoniti, esortati.
Ci sentiamo dire e ridire ciò che dovremmo fare,
ciò che dovremmo pensare, quali dovrebbero essere
i nostri scopi.
C’è sempre qualcuno pronto a citare mode,
orientamenti, stili, testimonianze, dati statistici, volti
a confermare alcune opinioni e ad abbracciare certi punti
di vista.
Ogni nuova informazione riveste un suo valore, a condizione
che ne conosciamo la fonte e che non accogliamo ciecamente
le indicazioni altrui reputandole perfette.
Vi sono momenti in cui avvertiamo la necessità di
essere guidati o stimolati, ma solo per il tempo che ci
consente poi di ritrovare l’equilibrio necessario
a guidare il nostro operato e ad incentivare la nostra creatività.
Concludo sottolineando ancora una volta che la Medicina
Estetica non vuole e non ha la pretesa di rincorrere l’elisir
dell’eterna giovinezza, ma che, con grande umiltà
e determinazione, lavora per cercare di aiutare gli altri
e noi stessi a VIVERE MEGLIO E PIU’ A LUNGO.
“se trattiamo le persone per ciò
che sono esse rimarranno come sono, ma se noi le trattiamo per ciò
che potrebbero essere, e potrebbero diventare, esse diventeranno
al meglio loro stesse” (J.T. Smith).
Data ultima revisione: Gennaio 2007