Le cotture
Le caratteristiche organolettiche degli alimenti subiscono dei
cambiamenti con la cottura: le diverse proprietà possono
ridursi, annullarsi, invertirsi o esaltarsi.
Ogni tipo di cottura, se mal eseguita, può risultare dannosa,
e viceversa.
Cotture
alla griglia, al forno, in padella o in acqua bollente sono particolarmente
indicate per le carni e per il pesce, ma è sempre bene evitare
di cuocere troppo tali cibi che, altrimenti, possono perdere quantità
eccessive d’acqua e di sostanze preziose nonché sapore
e morbidezza e possono diventare più difficili da digerire.
Ogni tipo di carne e di pesce presenta caratteristiche diverse
e diverse indicazioni di cottura, ma in generale è bene sapere
che le carni bianche vanno cotte più a lungo, lentamente
e a basso calore, rispetto alle carni rosse, ma sempre senza eccedere
con i tempi di cottura in modo tale che si mantengano sufficientemente
idratate, cioè morbide, senza essere sanguinolente.
Per
il pesce va tenuto presente lo stesso concetto anche se, quando
il prodotto è particolarmente fresco e sicuro, è consigliabile
assumerlo crudo o appena cotto.
Identica cosa possiamo tener presente per i vegetali che, però,
sarebbe più indicato assumere crudi e ben lavati; la cottura
al vapore è, comunque, la più indicata per le verdure.
Anche per la pasta e per il riso, infine, è consigliabile
utilizzare sempre cotture “al dente” che consentono
migliore digeribilità del prodotto.
Cottura con grassi
· Frittura superficiale
· Frittura profonda

La frittura superficiale è quella che si fa in padella ad
una temperatura di circa 140°; il grasso utilizzato serve solo
per una volta e viene consumato con l’alimento.
La frittura profonda si fa immergendo l’alimento nel grasso
di cottura (olio) ad una temperatura di circa 180°; il grasso
può essere utilizzato più volte e sono una piccola
parte di esso viene consumato con l’alimento. Tale tipo di
cottura ha una durata maggiore della precedente ed è potenzialmente
più pericolosa in quanto più facilmente possono svilupparsi
prodotti di ossidazione del grasso dannosi per la salute.
Cottura con grassi o a secco delle carni
Il
dato più importante è la perdita di acqua dell’alimento
che dipende dal tipo e dal tempo di cottura, circa il 15% per una
grigliata e circa il 30% per un arrosto molto cotto. Se il tempo
di cottura degli arrosti è troppo elevato si formano dei
prodotti di difficile digeribilità, mentre la cottura alla
griglia ha il vantaggio di poter eliminare grassi in tempi non troppo
lunghi rendendo la carne più digeribile.
La mioglobina subisce delle modifiche dalla temperatura di cottura
per cui la carne si mantiene rossa fino a circa 65°, diventa
rosa intorno ai 70° per poi assumere una colorazione più
scura fino al bruno con temperature superiori ai 75/80°.
I sali minerali vengono conservati quasi completamente. Il calore
coagula le proteine e indurisce le fibre muscolari già dai
70° per cui un arrosto cotto a 90° risulta duro. Quindi
pezzi poveri di tessuto connettivo andranno prevalentemente utilizzati
per arrosti e grigliate di breve cottura, mentre parti più
ricche dovranno essere cotte più a lungo affinché
si ammorbidiscano.
Cottura con grassi o a secco del pesce
La perdita di acqua, a seconda del tipo e del tempo di cottura,
è dell’ordine del 20/30% per cui il quantitativo d’acqua
dell’alimento può passare dal 85% fino al 60%.
A differenza delle carni non c’è perdita di grassi
in quanto nei pesci il grasso non è presente nel sottocutaneo,
addirittura in questo caso l’alimento si impregna del grasso
di cottura per cui, come avviene nel merluzzo, si può passare
da una percentuale di grasso iniziale dello 0,5% ad una di fine
cottura intorno al 10%.
Cottura con grassi o a secco di frutta e ortaggi
Tale tipo di cottura viene poco utilizzata in questo caso ad eccezione
delle patate che spesso vengono fritte o cotte in padella con grasso.
Tuttavia la perdita delle vitamine è minore rispetto alla
cottura in acqua.
Cotture in acqua
In questo caso abbiamo una perdita di principi nutritivi nell’acqua
di cottura; tale perdita aumenta in funzione del rapporto superficie/peso
per cui è maggiore in una verdura a foglia larga (ad es.
cicoria) piuttosto che per una radice (ad es. carota). Tale perdita,
inoltre, aumenta all’aumentare del tempo di cottura ed al
volume di acqua utilizzata. L’eventuale assunzione dell’acqua
di cottura permette di recuperare in parte alcuni nutrienti ad eccezione
delle vitamine.
Migliore risulta la cottura con pentola a pressione dove la perdita
di nutrienti è più contenuta.
Carne bollita
La perdita di acqua è superiore al 40% a seconda del tempo
di cottura anche se con modalità diverse a seconda che l’alimento
venga posto in acqua bollente dove la perdita di acqua è
inizialmente rapida per poi rallentare, o in acqua fredda dove avviene
il contrario.
La carne bollita perde circa il 70% dei suoi sali, soprattutto
sodio, potassio, cloro e fosforo, mentre la perdita di ferro risulta
minore. Anche la perdita di vitamine è maggiore rispetto
alla cottura a secco.
Pesce bollito
La perdita di acqua è contenuta tra il 3 ed il 10%. Una
parte delle vitamine e dei sali minerali subisce una perdita nell’acqua
tanto maggiore quanto più lungo è il tempo di cottura
e quanto maggiore è la quantità di acqua utilizzata.
Frutta e ortaggi bolliti
Tale tipo di cottura, anche se vede una perdita di sali minerali
e vitamine nell’acqua, spesso rende tali alimenti più
digeribili e, spesso, facilita l’assorbimento di molti nutrienti.
I condimenti
Lode all'olio
“lode all’olio d’oliva, per il suo aroma, il
suo sapore e le sue grandi virtù con la fragranza di freschezza
e il profumo di onestà è l’artefice di ogni
nobile cucina”
Giuseppe Bertuzzi 1995
Con il termine condimenti si devono intendere i grassi utilizzati
in cucina in aggiunta agli alimenti consumati.
Il termine grasso, senza altra qualificazione, è riservato
al grasso di maiale o strutto, dovendo tutti gli altri grassi essere
designati aggiungendo alla parola grasso l’aggettivo qualificativo
vegetale se proviene da frutti o semi (ad es. olio) o animale se
proviene da animali (ad es. burro).
Il burro è un grasso animale ottenuto unicamente dal latte
di mucca; è un’emulsione di grasso in acqua, con percentuali,
di quest’ultima, consentite fino ad un massimo del 16%.
Esistono diverse qualità di burro:
· Burro di fattoria, fatto in fattoria con creme crude, si
altera facilmente.
· Burro di latteria, fatto in fabbrica, ha una conservazione
migliore.
· Burro pastorizzato, fatto in stabilimenti sottoposti a
stretta sorveglianza degli organi competenti; la crema viene pastorizzata
a 95°.
· Burro semisalato, contiene 5 gr. di cloruro di sodio per
100 grammi.
· Burro salato, contiene 10 gr. di cloruro di sodio per 100
grammi.
Le margarine sono, invece, grassi alimentari solidi che si ottengono
da un’emulsione di un grasso animale o vegetale, diverso dal
burro e dal grasso suino, con acqua. Il prodotto finale deve contenere
dal 2% al 16% di acqua, il grasso totale non può essere inferiore
al 84% e non può essere di derivazione dal latte. L’acidità
naturale massima consentita è del 1%.
L’acidità naturale esprime la quantità di
acido oleico presente nel prodotto; tale acido è il principale
costituente degli oli vegetali ed è anche presente in grassi
animali come quello d’oca o quello umano. Una percentuale
troppo elevata di acido oleico può essere responsabile di
conferire al prodotto odori sgradevoli come rancido, muffa, fumo
o putrido.
La caratteristica comune dei grassi animali è il loro elevato
contenuto in acidi grassi saturi, grassi buoni per resistere ad
elevate temperature di cottura, ma che possono risultare dannosi
nel favorire il processo di arteriosclerosi.
Oli e grassi vegetali, invece, sono costituiti prevalentemente
da grassi insaturi e, come già detto, provengono sia dai
frutti (ad es. olive) che dai semi oleaginosi (ad es. girasole).
Gli oli cosiddetti vergini, sono quelli ottenuti unicamente per
pressione e che, ad eccezione della filtrazione, non hanno subito
alcun processo di raffinazione.
Vengono consumati anche oli di oliva che subiscono maggiori manipolazioni
rispetto all’olio extra-vergine, per cui è importantissimo
conoscerne le diverse denominazioni:
· Olio extra-vergine di oliva, nessun intervento chimico,
acidità naturale fino ad un massimo del 1% (percentuale in
acido oleico).
· Olio sopraffino vergine di oliva, nessun intervento chimico,
acidità naturale fino al 1,5%.
· Olio fino vergine di oliva, nessun intervento chimico,
acidità naturale fino al 3%.
· Olio vergine di oliva, nessun intervento chimico, acidità
naturale fino al 4%.
· Olio di oliva rettificato, alcalinizzazione dell’olio
lampante (olio ottenuto per spremitura, ma con odori sgradevoli
oppure olio con acidità naturale superiore al 4%), acidità
naturale fino a 0,5%.
· Olio di sansa di oliva rettificato, estratto con solventi
chimici dall’olio di sansa, acidità naturale fino a
0,5%.
· Olio di oliva, miscela di olio di oliva rettificato con
olio di oliva vergine, acidità naturale fino al 2%.
· Olio di sansa e di oliva, miscela di olio di sansa (rettificato)
con olio di oliva vergine, acidità naturale fino al 2%.
E’ l’olio d’oliva extra-vergine, quindi, il più
indicato per condire, cuocere, scaldare, soffriggere e friggere
(per le fritture può essere indicato anche l’olio di
arachidi, che però non va mai usato a crudo in quanto ricco
di acidi grassi saturi); gli oli di semi (tutti estratti con procedimenti
chimici) possono essere usati esclusivamente a crudo poiché
instabili al calore.
L’olio extra vergine di oliva è l’unico olio
che si ottiene dalla semplice spremitura delle olive.
Tuttavia, non tutti gli oli extravergini di oliva presentano le
stesse caratteristiche, lo stesso gusto e lo stesso potere antiossidante.
Di fondamentale importanza, per un olio extra-vergine di oliva,
è conoscere la sua provenienza, il tipo di olive utilizzate,
il periodo di raccolta ed il tipo di molitura subita.
Ideale sarebbe, dunque, un olio extra vergine con marchio “DOP”
o “IPG” o “HS”, proveniente da piante chiaramente
indicate in etichetta (ad es.: “moraiolo” o “leccino”
o “frantoiano”) e ottenuto da olive raccolte e macinate
a freddo non oltre il mese di novembre di ogni stagione.
Infatti determinante per stabilire il potere antiossidante dell’olio
è la quantità in esso presente di vitamina E. Tale
vitamina è presente nelle olive in quantità sempre
maggiori finché non inizia il processo di degenerazione (di
invecchiamento!) delle olive stesse.
Generalmente tale processo si verifica tra la metà del mese
di ottobre e la metà del mese di novembre. E’ questo
il periodo più indicato per la raccolta delle olive in quanto
il loro contenuto in vitamina E è al massimo.
Certamente la raccolta delle olive in tale periodo produce scarso
rendimento nella produzione dell’olio, produzione che aumenta
se la raccolta viene ritardata, ma la qualità del prodotto
è eccellente come eccellente sarà la sua durata nel
tempo; infatti un olio più ricco in vitamina E andrà
incontro ad irrancidimento (invecchiamento patologico!) molto più
tardi rispetto ad un olio prodotto più tardivamente, con
concentrazioni di antiossidanti (vitamina E!) molto più basse.
“Quam acerbissima olea oleum facies, tam oleum viride optimum
erit”
De Agricoltura, Catone 149 a.C.
Data ultima revisione: Gennaio 2007